lunedì 2 gennaio 2012
lunedì 24 ottobre 2011
Mi stanco.
Ad occhi chiusi mi metto in ascolto. Sento rumore di acqua e di una macchina che passa. Potrei sentire solo acqua, e invece macchina, motore, frizione, freno. Sento stormire di foglie d’acacia e tralicci della corrente che friggono. Sento calore di coperta elettrica bramando calore di corpo umano. Non so immaginare la temperatura del suo corpo, penso a un corpo freddo di donna -penso al corpo freddo, ruvido di mia madre.
Non ho assaggiato latte materno, bianco, caldo, latte denso da seno, da corpo, latte dolce, istinto di cucciolo animale. Sono fatta di latte in polvere e liofilizzato, omogeneizzato, sono un organismo geneticamente mortificato. Mangio pane finto, mangio grassi idrogenati, correttori di acidità, esaltatori di sapidità, coloranti, conservanti e addensanti. Il solo fuoco che conosco è blu e non brucia, non devasta, non avanza. Sniffo gas e benzina e cherosene, diossido e monossido di carbonio, verso acetone su unghie colorate e mastico qualcosa che non posso buttare giù. Ingoio solo saliva aspra, amara, aromatizzata e respiro solo aria pesante, nera, sudicia. Non lavo i panni nel fiume, non cammino a piedi scalzi, non vado a piedi,
mi stanco
non conosco i nomi delle erbe curative, mangio fragole d’inverno e soufflè al cioccolato fuso in 3 minuti e 50 secondi nel forno a microonde
mi stanco mi stanco mi stanco.
Non ho visto agnelli insanguinati uscire dall’utero di pecore di lana sporca, non ho sentito l’odore del sudore delle donne aggrovigliolate nelle vigne -ma ho sentito di donne stuprate da stilisti omosessuali e ho visto le loro ossa su copertine -le loro ossa.
Vorrei bere acqua dalle mani di mio nonno e imparare da lui a dipingere e imparare il nome dei colori e imparare il nome di tutti gli alberi e dei pesci e imparare il nome di tutte le cose e sentire l’odore di tutte le cose.
il sole sorge e tramonta
e a volte riscalda
ma potrebbe anche non riscaldare
e dalle persiane al mattino entra un raggio
ma potrebbe
anche non entrare
il sole sorge
tramonta
ma potrebbe anche non sorgere.
.
venerdì 7 ottobre 2011
Se mi aspetti
Ci risiamo, l'aria fresca della mattina presto, restare ancora una mezz'ora a letto, l'acqua verdastra di questo fiume che ci scorre a pochi metri, l'aspettarti, aspettare che apri il cancello, che entri con i tuoi sacchettini di cialde e gelato al pistacchio, con le tue mani ruvide, con i tuoi occhi e tutto il resto -come se fossi un regalo. Aspettare che torni il sole tiepido dell'ora di pranzo sul mare, che torni la domenica mattina, i mesi freddi dell'inverno, i mesi che forse ci sei ma forse parti ma forse potremmo anche partire insieme
se mi aspetti.
se mi aspetti.
giovedì 1 settembre 2011
E' ancora qui
Credo sia una specie di reazione chimica questa cosa che preme arriva comprime allarga tutto e apre e poi va nella gola e ci resta, tipo un nodo. Questa cosa che non ricordavo più. E tutto il corpo lo sa, tutto il corpo ha già deciso. Questa cosa è simile a una pausa tra due dolori, è come un sollievo ma ancora più prezioso. E' più di un regalo.
Ci siamo proprio noi. Ci sei tu e ci sono io e non ci possiamo ancora guardare negli occhi. Guardo la tua figura allontanarsi nell'esatto momento in cui non posso dire se sia ancora notte o già mattina, il mio corpo a pochi metri dal tuo, i nostri corpi e solo l'odore di qualcos'altro.
Io volevo essere proprio qui.
Io volevo essere proprio qui.
Ci riserviamo il diritto di sbagliare e mi commuove il tuo tentativo di non essere frainteso. La tua disarmante sincerità, i tuoi occhi che guardano in alto a destra mentre mi dici che le parole non servono. E c'è come una sorta di nostalgia anticipata, questo groppo alla gola che mi ripete è ancora qui è ancora qui. Eri in piedi davanti a me con la faccia bellissima e i capelli ancora bagnati. Ti ho promesso di non piangere e quella specie di regalo che mi hai fatto ho promesso di non perderlo mai.
Ci siamo proprio noi. Ci sei tu e ci sono io e non ci possiamo ancora guardare negli occhi. Guardo la tua figura allontanarsi nell'esatto momento in cui non posso dire se sia ancora notte o già mattina, il mio corpo a pochi metri dal tuo, i nostri corpi e solo l'odore di qualcos'altro.
Io volevo essere proprio qui.
Io volevo essere proprio qui.
Ci riserviamo il diritto di sbagliare e mi commuove il tuo tentativo di non essere frainteso. La tua disarmante sincerità, i tuoi occhi che guardano in alto a destra mentre mi dici che le parole non servono. E c'è come una sorta di nostalgia anticipata, questo groppo alla gola che mi ripete è ancora qui è ancora qui. Eri in piedi davanti a me con la faccia bellissima e i capelli ancora bagnati. Ti ho promesso di non piangere e quella specie di regalo che mi hai fatto ho promesso di non perderlo mai.
lunedì 29 agosto 2011
Ma anche se partissi
Non chiedere mai nulla
che sia meno della gioia
Mariangela Gualtieri
Le mani tue che sono le mani di chi le mani le usa
le mani tue che non profumano quasi mai
fatti avanti, te che sai fare il pane
te che ti svegli sempre prima dell'alba
noi che guardiamo il sole sorgere sempre un po' più a sud
con i piedi nell'acqua tiepida
e tutti i nostri tramonti
le dita che si infilano nelle pance dei pesci
le dita che annodano e spezzano
annodano e spezzano
continuamente
i verbi all'indicativo futuro
e non avere il coraggio di chiedere
le strade di marina che sono le stesse di cinquant'anni fa
le nostre biciclette legate
e dopo questa estate settembre e poi ottobre e poi un altro inverno
e io che non so se sopravviverò
la pelle tua che non potrà mai essere una corazza
questa attesa lenta e impossibile e necessaria
questa lentezza assoluta
questo non chiedere nulla non dire nulla
questa mancanza di quasi tutto
i nostri gesti misuratissimi, gli articoli di giornale
le decisioni prese al tavolino di un bar
verso le nove di mattina
non è detto che parta
non è detto che parta
ma anche se partissi
lo sapevo che tutto il resto era un regalo
e non ho mai chiesto nulla
che fosse meno della gioia.
che sia meno della gioia
Mariangela Gualtieri
Le mani tue che sono le mani di chi le mani le usa
le mani tue che non profumano quasi mai
fatti avanti, te che sai fare il pane
te che ti svegli sempre prima dell'alba
noi che guardiamo il sole sorgere sempre un po' più a sud
con i piedi nell'acqua tiepida
e tutti i nostri tramonti
le dita che si infilano nelle pance dei pesci
le dita che annodano e spezzano
annodano e spezzano
continuamente
i verbi all'indicativo futuro
e non avere il coraggio di chiedere
le strade di marina che sono le stesse di cinquant'anni fa
le nostre biciclette legate
e dopo questa estate settembre e poi ottobre e poi un altro inverno
e io che non so se sopravviverò
la pelle tua che non potrà mai essere una corazza
questa attesa lenta e impossibile e necessaria
questa lentezza assoluta
questo non chiedere nulla non dire nulla
questa mancanza di quasi tutto
i nostri gesti misuratissimi, gli articoli di giornale
le decisioni prese al tavolino di un bar
verso le nove di mattina
non è detto che parta
non è detto che parta
ma anche se partissi
lo sapevo che tutto il resto era un regalo
e non ho mai chiesto nulla
che fosse meno della gioia.
lunedì 20 giugno 2011
Corpi estranei
Ora ti parlo dello sguardo della Madonna che mi guardava dall'altro lato del tavolo mentre recitavo in cuore il signore è con te tu sei benedetta tra le donne e benedetto il frutto del seno tuo -era severo come il tono di voce di Pertini quando faceva l'appello ai giovani. Era pieno di comprensione e compassione. Era il contrario di assente, il contrario di vuoto. (-non avere paura è come dire: -non avere sete -non tremare di freddo -non ci pensare).Appoggiavi con cura il tuo anello sul comodino. Appoggiavamo con cura i vestiti sulla seggiola. E le scarpe non le lasciavamo mai in fondo al letto. Le mettevamo in una cassa del latte di plastica gialla. Il divano era rosso, un rosso ciliegia scuro e non era un vero divano, era un futon dell'Ikea. Vorresti tutti i particolari, tutti i particolari ma se anche ci provassi non potrei descriverti il colore di tutte quelle piastrelline che c'erano nel bagno perchè erano di così tanti celesti diversi che non te li saprei proprio spiegare, davvero. E quando di notte ci affacciavamo alla finestra, ma quale finestra non saprei dirtelo, avevamo sempre gli occhi grandi e le mani fredde. Fissavamo i lampioni di Viale Europa, di Rue Saint Jacques, le luci della Solvay, il campanile della chiesa, il fiume, l'insegna dell'impresa funebre dietro le inferriate.
Ma poi è arrivata anche questa primavera, la nostra felicità di stasera malgrado tutti i governi e il debito pubblico della Grecia, i tuoi occhi non molto grandi, le tue parole cortesi a prescindere dai molti chilometri di autostrada. Parecchi litri di benzina per portare le tue parole a pochi metri dal mare. Il regalo che sto per farti si trova ancora molto lontano da qui, i virus viaggiano attraverso i nostri gesti d'amore e ci stiamo già organizzando per disinfettare tutto. Qualche volta non torni, e io resto in cucina a guardare il rubinetto dell'acquaio e a pensare alle sere estive del 1989 o giù di lì. Qualche volta invece ritorni e i tuoi passi disegnano in giardino delle specie di costellazioni, allora io posso alzarmi dalla sedia e andare in un'altra stanza e tutto cambia in un attimo, la chiave giusta che gira nella serratura e quasi tutti i rumori che diventano familiari. Le nostre facce. Il mio corpo fermo in piedi davanti al tuo. I nostri corpi immobili. I nostri corpi estranei.
martedì 22 marzo 2011
Dalle mie parti è sempre inverno
Ci è toccato di vivere questo tempo, di camminare questi marciapiedi, abitare queste stanze dalle pareti bianchissime. Ci è toccato di stare seduti su sedie di legno duro, di scrivere senza inchiostro, di seguire la catastrofe in diretta dalla poltrona del salotto e chissà perchè viaggiano e dove vanno quelli che viaggiano di notte. Noi preferiamo sentirli passare i treni, attraversare i binari a corsa pensando a quella scena di un film dove a lei rimane un tacco incastrato nelle rotaie. E ora ci tocca di vedere questi corpi e queste case, queste distese di terra secca e queste bandiere, questi cieli illuminati sempre (rivogliamo il buio). Ci è toccato di essere noi gli assassini, di usare gli alberi e tutte le altre vite per scrivere due righe d'amore, per lasciare le multe sotto i tergicristallo, per pulirsi gli angoli della bocca, le mani, il culo. Ci è toccato di assistere ai massacri e al Festival di Sanremo. E ora ci tocca di imparare a camminare, andare a piedi, avere freddo. Ci tocca di prendere in mano le zappe e i secchi e l'annaffiatoio. Ci tocca di sporcarsi le mani, le scarpe. Ci tocca di infilare le unghie nella terra.

Ora la notte non dormo e penso alle tue ossa, all'odore di quella poca carne che c'era rimasta appiccicata e all'odore che è rimasto in macchina mia. -Non lo sapevo che le ossa fossero rifiuti speciali. Ora la notte penso all'equinozio di primavera, al giorno che dura un minuto più della notte e poi un'ora e poi l'estate e poi le foglie morte un'altra volta, che tanto dalle mie parti è sempre inverno. La notte non dormo più e penso alle parole che aprono le voragini nei cuori e non è giusto, non è giusto che qualcosa si possa dire così bene, con quell'essere così composti e così micidiali. Così esatti. La notte ormai non è più per dormire, è per dire agli spigoli la fatica e la pazienza. Per riflettere sul da farsi. Per ridere piano. Per fare la lista della spesa.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l'insegnamento supremo.
Esiste solo l'uno, solo l'uno esiste
l'uno solamente, senza il due.
Mariangela Gualtieri

Ora la notte non dormo e penso alle tue ossa, all'odore di quella poca carne che c'era rimasta appiccicata e all'odore che è rimasto in macchina mia. -Non lo sapevo che le ossa fossero rifiuti speciali. Ora la notte penso all'equinozio di primavera, al giorno che dura un minuto più della notte e poi un'ora e poi l'estate e poi le foglie morte un'altra volta, che tanto dalle mie parti è sempre inverno. La notte non dormo più e penso alle parole che aprono le voragini nei cuori e non è giusto, non è giusto che qualcosa si possa dire così bene, con quell'essere così composti e così micidiali. Così esatti. La notte ormai non è più per dormire, è per dire agli spigoli la fatica e la pazienza. Per riflettere sul da farsi. Per ridere piano. Per fare la lista della spesa.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l'insegnamento supremo.
Esiste solo l'uno, solo l'uno esiste
l'uno solamente, senza il due.
Mariangela Gualtieri
mercoledì 2 marzo 2011
Frutti
Con i piedi nella terra e le mani verso il cielo per illuderci di essere piante e non dover pagare l’imu, avere la partita iva, il telepass, la disoccupazione a requisiti ridotti. Con la faccia all’insù e la bocca aperta per qualche goccia di pioggia, qualche raggio di sole. La terra è fredda, sotto. E ruvida. E umida. Ma a volte anche dura e secca, come i marciapiedi. Il cielo ci guarda sempre, di giorno e poi di notte e poi di giorno e qualche volta le stelle non si vedono, ma ci sono di sicuro. Le stagioni prima o poi arrivano tutte, una alla volta: dopo l'inverno sempre la primavera.
E a chi mi chiede un’albicocca io rispondo: -non posso dartela, sono un mandorlo.
martedì 15 febbraio 2011
Tutto scorre.
Invoco il tempo come se fosse un dio.
Invoco il tempo di passare veloce. Che passi in fretta, dico. Che passi. Che cancelli, che ricucia, che ricolmi. Che accorci le distanze, che porti dei doni, che sveli i segreti. Che passi, che passi in fretta. Non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume, diceva Eraclito. Panta rei. Tutto scorre.
Tutto scorre, tranne la notte.
Invoco il tempo di passare veloce. Che passi in fretta, dico. Che passi. Che cancelli, che ricucia, che ricolmi. Che accorci le distanze, che porti dei doni, che sveli i segreti. Che passi, che passi in fretta. Non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume, diceva Eraclito. Panta rei. Tutto scorre.
Tutto scorre, tranne la notte.
mercoledì 26 gennaio 2011
Pasolini voleva morire di domenica
Compriamo il giornale e chiudiamo un attimo gli occhi prima di guardare la prima pagina. Neanche oggi, no. Non è il gran giorno. Aspettiamo questo gran giorno cercando di immaginarcelo nei minimi dettagli ma non ci viene in mente nulla di preciso. Non abbiamo un'immagine di come ci sveglieremo la mattina del gran giorno. Non sappiamo immaginarci il portone dal quale usciremo per andare a fare qualcosa di normale tipo colazione o la spesa. Come saremo vestiti, il gran giorno? Saremo insieme? O sarò da sola davanti all'edicola di quella piazza che io credevo fosse Piazza Viesseux, ma che forse si chiama in qualche altro modo? Forse saremo seduti in un bar. Una voce di donna interromperà le trasmissioni televisive per dire che è oggi. Nel bel mezzo di un programma inutile in cui un conduttore inutile sta parlando di cose inutili con quella voce che ti arriva da destra mentre mangi un toast e non ci fai nemmeno caso. Il gran giorno potrebbe sorprenderci al circolino, verso le due del pomeriggio. Oppure in macchina, mentre ascoltiamo Radio Radicale. All'improvviso irrompe questa voce, e questa voce ci dice che è oggi. Io vorrei essere vestita bene in quel momento, vorrei avere un bel bracciale o un paio d'orecchini d'argento. Poi vorrei avere i soldi nel cellulare perchè sentirei il bisogno di chiamare subito qualcuno. Potrebbe essere un martedì, un giovedì, una domenica. (Pasolini voleva morire di domenica).
Quando abbiamo preso atto che no, non era oggi, la nostra giornata può prendere il contorno banale di sempre. Possiamo tranquillamente incamminarci verso l'uscita. Siamo gentilmente pregati di avviarci verso l'uscita. Siamo praticamente obbligati ad avviarci verso l'uscita. Senza neanche stare a domandarci se siamo visitatori, passeggeri o gentili clienti. E apriranno altri centri commerciali, altri stabilimenti balneari, altre discariche. Costruiranno delle ringhierine di ferro per ciscoscrivere l'avanzata delle aiuole. E chiuderanno altre librerie, perchè i libri non li legge più nessuno. Chiuderanno altri fiorai, perchè i fiori non servono più a nessuno. Sono già chiusi quasi tutti i negozi di dischi e chiuderanno anche i kebabbari, prima o poi. Gli alimentari dei peruviani e dei cinesi, che non si capisce se è per via di una specie di complotto, ma chiudono sempre per primi. Le chiese e le galere invece non chiuderanno mai. I benzinai, i parcheggi sotterranei, i centri di permanenza temporanea. Gli uffici anagrafe, gli uffici di collocamento, gli uffici. Continueranno a farci mangiare quello che vogliono, uccidendoci piano e di una morte che hanno deciso loro. Sarebbe bello poterci sputare sopra a questo surrogato di felicità, ma è l'unica parvenza di vita che ci resta e mi dici che fuori da questa finestra sembra che il tempo non passi perchè non si sentono le campane. Suonano ripetutamente il campanello per venderci delle enciclopedie-obbligarci a fare beneficenza-mettere nelle cassette della posta i depliant con le offerte dell'Esselunga mentre un neolaureato psicologo del lavoro sta cercando di testare un gingle pubblicitario su di noi.

Mi hai chiesto: qual'è stato il dolore più grande della tua vita? (Non è che me l'hai chiesto di tua spontanea volontà, è che ci stavamo facendo delle domande).
Il dolore più grande della tua vita:
niente di meno poetico. Un dente cariato. Forse il setto nasale rotto sanguinante sul marciapiede con le macchine che passano. Le ruote che rallentano e non si fermano. Il marciapiede che diventa rosso e la voglia di essere a casa, a letto, nella vasca, in cucina, con una tazza di camomilla (anche solubile) o un digestivo di qualsiasi genere. Come quando cercavo di mettere in valigia tutte le cose possibili senza che tu cercassi di fermarmi. Come quando camminavo e sapevo che ormai non mi avresti più fermato e che ormai non saresti più venuto a cercarmi e mi stava bene così.
Sapevo che esisteva e che prima o poi avrebbe dovuto avere un nome. Come tutte le cose di questo mondo. Sapevo anche che poteva succedere così, en passant, tra una frase banale e una galleria. Ma ho dovuto lo stesso sforzarmi di non piangere e di fare la faccia indifferente (anche se tanto non mi vede, mi dicevo, perchè siamo al telefono ed è anche andata via la linea). Avrei voluto mettere su quel sedile un mazzo di fiori come quelli che mettono ai bordi delle strade dove muore la gente. Avrei voluto cantare un canto funebre. Un treno, un finestrino senza paesaggio, gente sovrappensiero. Un cuore può fermarsi anche con questa nonchalance.
Quando abbiamo preso atto che no, non era oggi, la nostra giornata può prendere il contorno banale di sempre. Possiamo tranquillamente incamminarci verso l'uscita. Siamo gentilmente pregati di avviarci verso l'uscita. Siamo praticamente obbligati ad avviarci verso l'uscita. Senza neanche stare a domandarci se siamo visitatori, passeggeri o gentili clienti. E apriranno altri centri commerciali, altri stabilimenti balneari, altre discariche. Costruiranno delle ringhierine di ferro per ciscoscrivere l'avanzata delle aiuole. E chiuderanno altre librerie, perchè i libri non li legge più nessuno. Chiuderanno altri fiorai, perchè i fiori non servono più a nessuno. Sono già chiusi quasi tutti i negozi di dischi e chiuderanno anche i kebabbari, prima o poi. Gli alimentari dei peruviani e dei cinesi, che non si capisce se è per via di una specie di complotto, ma chiudono sempre per primi. Le chiese e le galere invece non chiuderanno mai. I benzinai, i parcheggi sotterranei, i centri di permanenza temporanea. Gli uffici anagrafe, gli uffici di collocamento, gli uffici. Continueranno a farci mangiare quello che vogliono, uccidendoci piano e di una morte che hanno deciso loro. Sarebbe bello poterci sputare sopra a questo surrogato di felicità, ma è l'unica parvenza di vita che ci resta e mi dici che fuori da questa finestra sembra che il tempo non passi perchè non si sentono le campane. Suonano ripetutamente il campanello per venderci delle enciclopedie-obbligarci a fare beneficenza-mettere nelle cassette della posta i depliant con le offerte dell'Esselunga mentre un neolaureato psicologo del lavoro sta cercando di testare un gingle pubblicitario su di noi.

Mi hai chiesto: qual'è stato il dolore più grande della tua vita? (Non è che me l'hai chiesto di tua spontanea volontà, è che ci stavamo facendo delle domande).
Il dolore più grande della tua vita:
niente di meno poetico. Un dente cariato. Forse il setto nasale rotto sanguinante sul marciapiede con le macchine che passano. Le ruote che rallentano e non si fermano. Il marciapiede che diventa rosso e la voglia di essere a casa, a letto, nella vasca, in cucina, con una tazza di camomilla (anche solubile) o un digestivo di qualsiasi genere. Come quando cercavo di mettere in valigia tutte le cose possibili senza che tu cercassi di fermarmi. Come quando camminavo e sapevo che ormai non mi avresti più fermato e che ormai non saresti più venuto a cercarmi e mi stava bene così.
Sapevo che esisteva e che prima o poi avrebbe dovuto avere un nome. Come tutte le cose di questo mondo. Sapevo anche che poteva succedere così, en passant, tra una frase banale e una galleria. Ma ho dovuto lo stesso sforzarmi di non piangere e di fare la faccia indifferente (anche se tanto non mi vede, mi dicevo, perchè siamo al telefono ed è anche andata via la linea). Avrei voluto mettere su quel sedile un mazzo di fiori come quelli che mettono ai bordi delle strade dove muore la gente. Avrei voluto cantare un canto funebre. Un treno, un finestrino senza paesaggio, gente sovrappensiero. Un cuore può fermarsi anche con questa nonchalance.
martedì 18 gennaio 2011
All'improvviso piangere.

Ci sono delle piantine che muoiono prima ancora di nascere, delle piantine che muoiono piccole e delle piantine che crescono e diventano delle piante medie e poi delle piante grandi e a quel punto una notte d'inverno non può far loro molto del male. La nostra piantina sembra della seconda specie, di quelle che muoiono piccole. Abbastanza indifesa da non poter quasi nulla contro la distrazione e la siccità.
Morendo mi ha confessato il suo ultimo desiderio, era un po' di caffè con lo zucchero di canna. Gliel'ho dato.
Non succede spesso che una piantina morta rerusciti, anzi direi che non succede mai. Però ho pensato che alla nostra potrebbe capitare. Magari ha fatto solo finta di morire per attirare un po' l'attenzione. Ora potremmo voltarci, piangere un po' per dimostrare che in fondo ci importava davvero di lei. E quando ci volteremo di nuovo lei tirerà fuori una foglia, poi un petalo, così, alla velocità delle cose normali, come infilarsi i pantaloni o masticare un kebab.
In luoghi molto lontani da qui, cioè tipo a 2000 euro di aereo, un milione di alberi stanno esprimendo i loro ultimi desideri ma nessuno li sente perchè il rumore delle motoseghe è troppo forte. Un miliardo di foglie che ora sono verdi e poi gialle e poi marroni e che poi saranno quaderni a righe, a quadretti, a pentagrammi, armadietti per i medicinali in qualche farmacia, seggiole di qualche ministro dell'istruzione, fotocopie, mensole, soppalchi e altre cose di cui non possiamo fare a meno.
Nel frattempo succedono un sacco di altre cose che apparentemente non c'entrano nulla. Eccolo, il suo orecchino preferito. Mentre lo prendeva da terra e glielo porgeva con la mano che era capace anche di gesti piccoli e misurati, anche di carezze e cure, mentre la sua bocca prendeva la forma di una specie di sorriso bellissimo, mentre il mondo e tutti i cuori e tutti gli orologi si fermavano. Suo. Le aveva parlato in terza persona, aveva detto così. Eccolo. Il suo orecchino preferito. E poi glielo aveva avvicinato all'orecchio. Nessuno si ricorderebbe una cosa del genere. Mentre tornavamo dal mare ho guardato fuori dal finestrino (il sole credo fosse già tramontato) e ho pensato agli occhi dei partigiani, cioè, ho pensato ai partigiani che non ci vedevano bene e che per mettere a fuoco dovevano strizzare gli occhi, specialmente a quest'ora che non è ancora buio ma quasi. Mi sono immaginata le donne di questi partigiani che quando li avrebbero rivisti sarebbero state felicissime anche se avevano le rughe d'espressione. Le rughe della disperazione. Le rughe degli occhi strinti per mettere a fuoco i boschi alle cinque e mezzo dei pomeriggi d'inverno. Un giorno camminavo con il solo desiderio di passare inosservata (e difatti nessuno mi ha osservato), camminavo con lo sguardo ad un'altezza media. Non così bassa da sembrare triste e abbattuta come chi guarda il marciapiede o le proprie scarpe ma nemmeno così alta da sembrare una donna solare e sicura di sé, come una giovane avvocatessa o qualcosa del genere. E nemmeno così alta da poter incrociare lo sguardo di qualcuno di cui innamorarmi all'istante. Potevo vedere abbastanza bene le mani della gente, le siepi, qualche campanello, la ringhiera di Ponte alle Grazie, gli sportelli delle macchine, il tuo giacchetto. Il tuo giacchetto e il suo. I vostri giacchetti, i vostri giacchetti che si scambiavano gesti cortesi. I vostri giacchetti che conversavano amabilmente. Che probabilmente di lì a poco avrebbero camminato insieme verso la macchina e poi avrebbero aperto lo sportello e ci sarebbero saliti e poi sarebbero riscesi e poi sarebbero stati per un po' appoggiati da qualche parte e poi un giacchetto sarebbe andato via magari con l'autobus ma il giorno dopo o due giorni dopo o chissà quanti giorni dopo si sarebbero rivisti e magari avrebbero ballato e fatto la spesa insieme e altre cose insignificanti.
Suo. Il suo orecchino preferito. Sono sempre estremamente banali le cose che fanno piangere all'improvviso.
venerdì 26 novembre 2010
DESIGNATED RIOT AREA

"Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perche' in verita' non s'era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perche' pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere cosi'." Italo Calvino

C’era una volta, in un film, una ragazza che diceva che avrebbe voluto fare un buco nel muro perchè dall’altra parte c’era qualcuno che stava morendo, dall’altra parte del muro. C’era qualcuno. Vorrei ora fare un buco in questo muro anche io. Vorrei fare un buco in questo muro e vedere che no, non stai morendo. Vorrei vivere così, in una casa con le pareti bucate per poterti sempre vedere e poi sorridere nell'accorgermi ogni minuto che sei ancora vivo. Rinnovare la gioia di non essere morti ogni volta che ci incrociamo. E ci sono delle vie che ho percorso a testa bassa perchè pioveva e non avevo l’ombrello, delle vie sconosciute di una città non troppo lontana ma non te lo racconterò mai. C’erano delle scritte luminose, c’era una storia che si poteva leggere solo correndo ma io ero troppo stanca per correre e allora l’abbiamo letta camminando e quasi sicuramente c’è sfuggito il senso di qualcosa. Camminare e non riconoscere i marciapiedi significa aver superato un confine. Quello che è stato tuo e che ora è mio e che forse un giorno non tanto lontano, tipo a primavera, sarà nostro. Le pareti di questa stanza forse non le avresti riconosciute, ci sono dei buchi di trapano, ci sono delle zanzare spiaccicate sopra, volevo metterci un quadro ma non ho avuto tempo. Quante persone ci avranno abitato prima di me, prima di te. E mentre siamo qui a ragionare di pareti stanno accadendo delle piccole rivoluzioni, ci verranno a chiamare e ci troveranno impreparati, correremo fuori da questa casa mentre tutti correranno fuori da tutte le case e saremo tutti ma proprio tutti insieme, ci troveremo in aree designate alla rivolta e circoscritte da una linea di vernice fucsia. Non ti dimenticare la bomboletta, la sciarpa da tenersi sul viso, lo zaino con le chiavi della bici attaccate. Non ti dimenticare la divisa. Che si veda che siamo disperati. Che si veda che siamo usciti di casa, che sono venuti a prenderci, che ci hanno tirato fuori, che sappiamo cosa facciamo e cosa vogliamo ma soprattutto chi siamo. Diamo almeno un senso a questo nostro camminare di fretta, diamogli una meta. Diamoci almeno l’opportunità di dire che ci abbiamo provato. Che sì, ci abbiamo provato davvero. Che non si dica che non ci abbiamo provato.
(acquarello di Michele Bernardi, dal video "Quando tornerai dall'estero" -Le Luci della Centrale Elettrica-)
lunedì 15 novembre 2010
Vieni via con me
e tutti insieme dicono, Hai superato la prova, era solo una prova, sai, tutto quanto, stavamo solo scherzando, la vita vera è molto meglio di così (Miranda July, Tu più di chiunque altro)
Vieni via con me è l'unica cosa che mi viene da dire in questo momento, l'unica parvenza di attesa sensata, l'unica proposta.
E domani posteremo su Facebook i video delle nostre canzoni preferite, dedicandocele in segreto. Ci confonderemo le idee ancora per molto. Porteremo il curriculum a qualche pizzeria e ci prometteremo di non lasciare nulla di intentato, ma intanto siamo già lontanissimi e presto accenderai il caminetto per riscaldare le spalle, le braccia, la nuca, la schiena di qualcuno che non vorrò conoscere e ci diremo piano, in gran segreto, che non si poteva far altro che questo. Far, diremo far senza la e finale e sul momento non ci farò caso ma quando tornerò a casa rimpiangerò quella e non detta e magari ti manderò un sms con scritto solo e.
Occuperemo i nostri pomeriggi sfogliando le offerte di lavoro mentre gli operai occuperanno le fabbriche e gli studenti le scuole e i cassieri i supermercati. Tutti che occupano tutto. Sarebbe così bello. Sarebbe bello anche tornare a dare del voi, a ricercare qualche forma di cortesia misurata, di candida ipocrisia. Ci vorrebbero le camicie da notte di cotone pesante, l'acqua di rose, i grammofoni. Bisognerebbe riscoprire il pudore, scrivere a mano, andare in bicicletta. Ballare dei lenti. Scoprire delle cose nuove, anche. Tipo i glicini, le bacche di ginepro. Così potremmo restare innamorati, senza dirselo mai. Intanto cerchiamo parcheggio il più possibile vicino a casa, gli ausiliari del traffico ci faranno la multa e non ci resterà altro che pagarla.
Non verrai via con me, non oggi almeno. E domani neanche, domani troveremo delle scuse diverse, saremo ancora più confusi e ancora più lontani, penseremo alle capitali di altre nazioni come a rifugi antiatomici e faremo progetti dettagliati sui nostri diversi futuri, le strade che ora si separano, gli oggetti che ci dimenticheremo di riprendere e tutte le parole che ci siamo dimenticati di appuntare. Ci renderemo conto di alcune cose banali come il dover prendere le chiavi prima di uscire. La necessità di mettere i fiori in un vaso più grande. Il rumore che facciamo entrando in casa. L'importanza che diamo alle promesse.
martedì 9 novembre 2010
Come essere svegli

Ci piaceva aprire i libri a caso e dare importanza alle parole ma siccome siamo soli -forse perché piove- faccio finta che sia uguale. Che le parole siano ancora necessarie. Che possiamo ancora inventare una maniera per non soccombere. Abitare vicino alle stazioni fa diventare nostalgici, credevo che avessimo ancora qualcosa da dirci invece ora preferiamo morire davanti alla soglia della portafinestra, ché dagli infissi vecchi entra il freddo e sappiamo che tanto congeleremo presto. Quando ci guardiamo da lontano cerchiamo una scusa per avvicinarci ma non ti posso chiedere l'accendino perché sai che non fumo.
La pelle in certi casi non serve a niente, non ripara dal freddo, non protegge dalle sentenze. Anzi. La pelle complica le cose, odora di fatica e racconta di tutte le cattive vicissitudini, di tutte le lacrime che sono evaporate dalle lenzuola e dagli asciugamani e dai fazzoletti di stoffa di un'altra epoca e dalle maniche delle felpe e anche dai sedili della macchina. E racconta di quando avevamo dentro così tanta rabbia che potevamo sradicare tutti gli alberi del bosco e così tanta tristezza che potevamo scavare delle buche fonde per seppellirceli dentro. Mi hai portato due buste colorate, delle lettere scritte a mano. Un dono innocente e spoglio come inchiostro e colla e pezzi di giornale. Forse la vergogna è ancora un sentimento umano. Ci siamo pensati di sicuro nello stesso istante e nello stesso istante ci siamo chiesti cos'è questo muro che ci chiude alla vista dei binari e delle scie chimiche e delle nuvole che non sappiamo più di che sostanza sono fatte e ci siamo chiesti, nello stesso istante, una spiegazione per questo disinnesco, per questo sonno, per questa resa. Senza appoggiare i piedi per terra ci siamo alzati dal letto e ci è sembrato che il pavimento non ci potesse sostenere, allora forse era venuto il momento di accorgersi che erano finite le sigarette.
Era finita la carta di giornale, l'inchiostro, le parole, che anche volendo non si sapeva più dove mettere le virgole. La grammatica è importante. Come accostare i colori. Come le luci in una stanza. Come essere svegli.
sabato 30 ottobre 2010
Prezzi modici
Bicchieri di vino rosso, birre piccole, birre medie, crostini con patè di olive, gambe accavallate, stivali di camoscio, scarpe consumate, facce ancora abbronzate, facce già bianche, un posacenere, i tuoi capelli bruciati dal sole. Cinque euro accartocciati nella tasca destra dei pantaloni. Cinque euro costano stasera questi nostri sorrisi reciproci, familiari, conosciuti. Cinque euro a testa per appoggiare le mani su un tavolino di formica e guardarci negli occhi senza parlare, vestiti come ci si veste un banale martedì sera d'ottobre, con il libeccio che cala e la strada ancora bagnata della pioggia di ieri. Nessun odore, nessunissimo odore. Il buio dura veramente poco, il silenzio non si percepisce quasi. Sette euro e mezzo tra l'indice e il pollice, un pezzo da cinque, una moneta da due e una da cinquanta. Sette euro e mezzo per stare due ore seduti accanto, gomito a gomito, senza il coraggio di cambiare posizione. Ogni tanto sospirare. Quattro euro e venti per un pacchetto di Lucky Strike. Dodici per un pieno di metano. Tre e sessanta di autostrada.
-a me sono avanzati ottanta centesimi.
-a me due euro e trenta.
-ce la facciamo a comprare una moretti da 66 al bar della stazione.
I nostri vuoti incolmabili cerchiamo di riempirli così, a prezzi modici.
mercoledì 6 ottobre 2010
Forse siamo ancora in tempo
Finché non prenderanno coscienza non potranno ribellarsi, e finché non si saranno ribellati non potranno prendere coscienza. (Orwell,1984)

Non ci si può più permettere di andare a letto senza aver imparato una parola nuova, un nuovo concetto, una tecnica di sopravvivenza. Non si può più lasciare che siano gli altri a potare i cespugli di rose mentre camminiamo con le borse della spesa, bisogna prendere le cesoie e recidere i fiori appassiti, tagliare tutte le foglie secche, sradicare dai dintorni delle radici le erbe infestanti. Non si può più prescindere dalla cura. Non si può prescindere dalla bellezza. Mentre te ne parlo cammini con le mani in tasca e guardi il marciapiede, mi dici solo sono d'accordo.

Non ci si può più permettere di andare a letto senza aver imparato una parola nuova, un nuovo concetto, una tecnica di sopravvivenza. Non si può più lasciare che siano gli altri a potare i cespugli di rose mentre camminiamo con le borse della spesa, bisogna prendere le cesoie e recidere i fiori appassiti, tagliare tutte le foglie secche, sradicare dai dintorni delle radici le erbe infestanti. Non si può più prescindere dalla cura. Non si può prescindere dalla bellezza. Mentre te ne parlo cammini con le mani in tasca e guardi il marciapiede, mi dici solo sono d'accordo.
sabato 2 ottobre 2010
Questo arrendersi

Credo dipenda dall'aria che respiriamo, che quando fa le libecciate ci facciamo l'aerosol di mercurio. Credo dipenda da come ci nutriamo, io che ti preparo una cenetta, noi che nella catena alimentare siamo quelli più fortunati perché non ci mangia nessuno e ci sembra di essere invincibili, immortali, di essere resistenti come i vetri antisfondamento, ma meno trasparenti. Credo dipenda dai colori, tutta la gamma dei grigi dei marroncini e dei verdolini, l'antracite dei parcheggi quando piove, i sedili dei regionali, gli sputi sui marciapiedi, i marciapiedi stretti, i marciapiedi con le mattonelline piccole quadrate, i marciapiedi lisci (il grigio è il colore complementare di se stesso) Credo dipenda dalla luce, dai neon, dalle insegne dei parrucchieri che non vanno mai in pensione, dai fari delle macchine che vanno piano, dai lampioni della 206, dalle luci delle gallerie che ogni volta che ci passo mi sembra di rivivere una vita precedente, prendere un acido e vedere queste luci della galleria che diventano stelle comete, i lumini dei cimiteri, i luna park. Credo dipenda dalle panchine, dal cromo esavalente, dai contenitori per la raccolta delle pile scariche che non si trovano più, dall'assessorato alle politiche giovanili, dai gingle inventati da qualche neolaureato psicologo del lavoro, dalle vetrine di Gucci, dalle feste di Cavalli. Però c'è un bene che mi sembra di averti voluto e poi la sensazione di essere ancora in tempo e soprattutto la voglia che avrei di ricevere in dono una foglia quando torni a casa e parcheggi un po' più lontano. E mentre cammini dalla macchina al portone pensando ai leghisti e alle ruote consumate delle biciclette vecchie usate degli studenti vedi questa foglia e pensi a me e pensi che sarebbe bello regalarmela e la prendi e me la regali per davvero. Credo dipenda dai gesti piccoli che non si fanno questo piegarsi sempre in avanti, questo arrendersi.
mercoledì 1 settembre 2010
Ti crederanno tutti

Parlavo di te alla gente ma senza fare nomi. Parlavo di te come si parla di un luogo che tutti conoscono ma che nessuno ha visto. Parlavo di te come se tu fossi molto più bello di quello che sei ma non importa e tutti comunque mi hanno creduto. Ho parlato di te come si parla dei regali ricevuti e mai scartati, ti ho descritto come una dimensione inaccessibile e pur sempre tangibile. Parlavo di te con la faccia seria, con l'impressione dello svelamento di un segreto. Ti ho descritto come si descrivono gli animali esotici, con termini tecnici, misurando le distanze e i volumi, i guadagni e le rimesse. Parlavo di te alla gente per necessità di condividerti, parlavo di te e non con te. Ti descrivevo come si descrivono le usanze di un'altra cultura, che non le puoi capire fino in fondo se non ci sei nato. E io invece ci sono nata. Mio malgrado, nostro malgrado. Parlavo di te come di una ricetta, ma di quelle della nonna, che le puoi imitare ma tanto non ti verrà mai bene come a lei ed era lo stesso un inganno perché alla fine nemmeno io sapevo qual'era l'ingrediente segreto. Ho parlato di te come se fossi una sigaretta senza filtro, un passaggio a livello, un setaccio. Ti ho chiesto infinite intime scuse ma alla fine parlavo di te con la voce finta dei telecronisti, di quelle donne belle che annunciavano i film negli anni novanta. Parlavo di te con nonchalance, come si parla dello zucchero di canna nel caffè o altre cose che fanno ridere. Alla fine ti descrivevo come si descrivono le commedie americane, i ristorantini aperti da poco, i vestiti comprati ai saldi. Alla fine potevo anche fare nomi, alla fine parlavo di te uguale a come si risponde alla domanda come stai. Dicendo solo parole imprecise, vaghe, inesatte. Alla fine eri un alberello di mandarini che ha già fruttato e ormai si aspetta la prossima stagione e invece no. Non parlerò più di te, te lo giuro. Non parlerò proprio. Nessuno saprà che sei come chi confessa di aver ammazzato qualcuno per coprire qualcun'altro anche se è innocente e quando confesserai
ti crederanno tutti.
martedì 31 agosto 2010
domenica 22 agosto 2010
No, non sei mai esistito.
-cosa leggi?
La tua voce potrebbe avere più o meno trent'anni.
-fumi?
-no
Tiri fuori dalla tasca laterale dei pantaloni blu scuri lunghi fino al ginocchio una busta di Old Holborn giallo, la tieni in mano, guardi per un po' davanti a te, come se ci fosse qualcosa da guardare, come se stesse succedendo qualcosa in questo pratino deserto. Poi la riponi nella stessa tasca laterale, senza aver fatto una sigaretta. Mi sforzo di sentire il tuo odore, sei amico o nemico? Allargo le narici, inspiro. Ma niente. Non sento niente. Sento odore di oleandro, che mi fa anche un po' schifo, sento odore di ferro, di salmastro. Ma non riesco a sentire l'odore dell'essere umano che sei. Con la scusa di recuperare una ciabatta mi allontano di altri cinque centrimetri.
-sei di queste parti?
-più o meno.
Abbasso lo sguardo e vedo che non hai scarpe né ciabatte. I piedi sporchi di chi cammina spesso scalzo. Potremmo mai allearci, io e te? Cosa ci racconteremmo se andassimo a mangiare un falafel insieme domani sera? Cosa mi regaleresti per il mio compleanno? Sospiro, non ti guardo. Chiudo il giornale e lo ripiego. Forse dovrei dire qualcosa, ti aspetteresti questo, che dicessi -io vado, o qualcosa del genere. Non parlo. Non ti guardo. Non riesco a sentire il tuo odore. Passa un'ambulanza. Passa un cane che annusa per terra, piscia al lato della panchina di fronte. Passa un'ape, o forse una vespa, non fa rumore. Faccio finta di leggere sulla copertina del giornale ormai richiuso il titolo che s'intravede Scontro Bce-Bundesbank, le divisioni del governo tedesco favoriscono Mario Draghi. Ti pieghi in avanti per dare un'occhiata.
Sospiriamo. Sospiro prima io, poi te. Ancora non ti guardo. Non ho niente da dirti. Non voglio sapere da dove vieni, quanti anni hai, chi sei. Non voglio parlare della siccità, del governo Monti, dell'inquinamento, dell'effetto serra. Non voglio che tu mi chieda se fumo, cosa leggo e dove vivo. Mentre lo penso abbozzo un sorriso di circostanza. Ti guardo per un attimo. Ti alzi, ti stiracchi un po' e muovi qualche passo. Hai la schiena un po' incavata, un corpo magro, lo dice il vuoto che s'intuisce dentro alla camicia bianca leggermente bagnata di sudore che ora si allontana. Ti guardo camminare fino in fondo al vialetto, non ti volti. Neanche quando tossisco. Neanche per accennare un saluto. Ti guardo camminare fino a che la tua figura, ormai rimpicciolita, svolta a sinistra e allora non esisti più. E resto ferma lì, con il giornale in mano. Per un attimo mi chiedo se tu sia mai esistito. Per un attimo me lo domando, e poi ne sono certa: no, non sei mai esistito. Allora posso rimettere il giornale spiegazzato nella borsa, alzarmi, infilarmi le ciabatte, camminare come se stessi andando da qualche parte.
domenica 1 agosto 2010
Io parlavo di fare una scelta.

Questa non è una lettera d'amore. Questa non è neanche una lettera. In realtà questa non potrebbe essere nient'altro che una lettera d'amore. D'amore e di piccoli accorgimenti, tipo tappare la bottiglietta del disinfettante sennò evapora. Di lettere d'amore non abbiamo bisogno, ci diciamo, perché siamo troppo intelligenti, il disincanto, il cinismo, l'amore è un'illusione e altre constatazioni molto utili. Gli alberi sono molto più intelligenti di noi. Non parlano non si sorridono cortesemente e non guardano il telegiornale. Non s'innamorano non investono soldi in piccole imprese artigianali e industriali, non piangono. Gli alberi si preoccupano di solcare il cemento con le loro radici prima che il cemento li soffochi definitivamente. Fanno ombra alle macchine e non hanno paura dei vigili urbani. Credo che stiano bene anche da soli. E soprattutto non si spostano. Non scappano. Non sfuggono. Non si sottraggono. Gli alberi sono anche infinitamente più belli di noi. Anche solo per il semplice fatto che non hanno gli occhi. Gli alberi non scrivono lettere d'amore, gli alberi diventano lettere d'amore. Per questo crediamo di non averne bisogno. Poi ci fermiamo al semaforo e con lo sguardo perso nel vuoto ci accorgiamo che non c'è rimasto più niente di nostro. Ci hanno tolto tutto in cambio di tutto senza nemmeno chiederci quale tutto preferivamo. Tanto tempo fa credevo che le parole avessero un vero significato. Che esistesse qualcosa oltre le convenzioni. Ho creduto che i sofficini findus fossero davvero migliori di quelli coop, non fosse altro per il fatto che costavano il doppio. Ho creduto di essere immensamente fortunata. E ingrata. Poi ho guardato l'erba. E l'asfalto. I glicini e le tettoie di ferro battuto. Le aiuole le rotatorie e il verde urbano (il verde urbano dice molto della nostra capacità di autoconsolazione) ho guardato le reti le recinzioni le transenne le staccionate di legno bianco le ringhiere i muri i muretti e tutti i tipi di confine. Ho guardato i cavi dell'alta tensione e i parcheggi per le roulotte, i bar sul lungomare, i videocitofoni. Ho guardato i divieti di sosta carico e scarico rimozione forzata. Il simbolino del carro attrezzi, a scanso di equivoci. E ho pensato: e se dio esistesse?
martedì 13 luglio 2010
Tutto il resto è un regalo.

Vi ho creato per essere soli. Siete fatti per camminare a testa bassa sul ciglio della strada mentre le macchine vi passano accanto. Vi ho fatto soli, che nessuno si potesse accorgere di voi. Siete fatti per parlare con gli spigoli dei muri e con le piante e con le piastrelle della doccia e con gli amici immaginari. Vi ho concepito soli, che nessuno avesse voglia o tempo di abbracciarvi. Siete fatti per portare zaini pesanti e prendere treni regionali, per sentire il rumore dell’asfalto che si rompe mentre un fiore si fa un varco. Siete fatti per i menu business, per le monoporzioni. Vi ho voluto soli, incapaci di chiedere, incapaci di concedere. Siete fatti per leggere il giornale e ascoltare l’autoradio, per scegliervi un deodorante e fare scritte sui muri. Siete fatti per l’autodistruzione/l’autoironia/gli autoabbronzanti/l’autocontrollo/l’autostima/gli autoritratti. Vi ho progettato soli, lontanissimi, chiusi. Vi volevo così, delimitati, impermeabili, ipovedenti. Vi immaginavo così, innamorati, bisognosi, bugiardi, indifferenti, razzisti, impauriti, impauribili. Siete fatti per provare fastidio, insofferenza -siete fatti per i tornei di scherma, per le gare di sci- siete fatti per la pesca subacquea. Avete una predilezione inspiegabile per la distanza. Vi piacciono i disinfettanti e i cerotti, vi piacciono l’amuchina, gli antibatterici, le salviettine, i guanti per toccare la frutta. Vi ho voluto soli, incapaci di contaminazione, mancanti di cura ma pieni di giustificazioni. Assolutamente separati. Vi ho creato per essere acquirenti/assicurati/abbonati/clienti/contribuenti/elettori. Vi ho creato per essere soli. Tutto il resto è un regalo.
lunedì 5 luglio 2010
D'amore o di solitudine.
Preferiresti essere lasciato solo sotto il sole di mezzogiorno in piazza del Duomo a Firenze o sotto una pioggia snervante di fine inverno in un parcheggio della periferia di Ferrara? Preferiresti dover percorrere una lunga galleria in macchina o tanti piccoli tunnel in treno? Preferisci l'aria condizionata o i finestrini aperti? Vorresti morire d'amore o di solitudine? Ti ho chiesto se ti piacciono le castagne arrosto e lo so che a luglio è difficile rispondere. Ti ho chiesto se le nigeriane che ballano sulla statale 206 ti mettono allegria e lo so che ti sembra una domanda da non farsi. Ti vorrei anche chiedere come ti senti ora in questo preciso istante ma temo che non mi daresti una risposta convincente. Andiamo a mangiare un gelato, passeggiamo un po' in questa serata fin troppo estiva, parliamo di cose facili, parliamo di cose piccole, non stanchiamoci. Camminiamo piano, parliamo sotto voce, facciamo delle piccole risate, diciamoci solo cose superflue. Non leggiamo le insegne dei negozi, i cartelloni pubblicitari, i volantini, gli annunci, le targhe delle macchine, le scritte sui muri, i necrologi, non leggiamo nulla, non sforziamoci. Camminiamo piano come se fossimo in un universo parallelo, senza case, giardinetti, bollette, uffici postali, tabacchini. Camminiamo a caso, percorriamo i sensi unici all'incontrario e senza avere paura. Andiamo via da qui. Ma non lontanissimo. Aspettiamo l'alba, scommettiamo sul punto esatto in cui spunterà il sole, togliamoci la maglietta a maniche lunghe quando inizia a fare caldo, andiamo a letto e non svegliamoci finché non abbiamo fame. Cosa vorresti ora? Ora in questo preciso istante. Preferiresti un abbraccio o un frullato alla fragola con ghiaccio tritato? Preferiresti che cadesse il governo o una pioggia fresca? Dove vorresti morire? Come vorresti morire? Vorresti morire d'amore o di solitudine?
martedì 22 giugno 2010
Questione di tempo
Solo al presente so parlar d'amore.
M. Gualtieri

Le rose mi fanno paura, le prendi in mano e tutti i petali cadono in un colpo solo. Ti resta in mano questa specie di mozzicone di fiore, triste. Un secondo fa era qualcosa di quasi ancora profumato. Era. Per questo le rose non vanno prese in mano, vanno solo guardate, godute finché ci sono. Quando sono vive, ma già in agonia. Quando sono rose, ma già ricordi. Solo al presente si possono guardare le rose. Solo al presente si cammina, si canta, si fa. I fiori appassiscono, i panni stingono, i cd si rigano. Le batterie si scaricano, l'inchiostro delle penne si esaurisce, la benzina finisce. Finisce il caffè, la carta igienica, finiscono le sigarette. Siamo questione di tempo.
(Le rose mi fanno paura).
Le candele si consumano, le pagine dei libri ingialliscono, le facce invecchiano, i capelli diventano grigi (che belli, i capelli grigi). Il mare leviga i pezzi di vetro, le radici dei pini spaccano l'asfalto, l'erba cresce fra le mattonelle del pavimento dell'asilo, non lo so se è vero, ma io ho sempre voluto immaginare questa cosa. L'erba che da lì, dalle mattonelle dell'asilo, infesta tutto. Tutto che viene ricoperto d'erba e gli alberi crescono dentro alle case. Tutto cambia, potrebbe succedere anche questo, credo. Invece no, la gravità farà il suo dovere, ci renderà belli di rughe e seni cadenti, ma l'erba non ce la può fare. L'erba viene sempre tenuta sotto controllo, tagliata, fermata. Le siepi potate, i rami tagliati, i prati tosati, come le pecore. Giardinetti fioriti e discariche a cielo aperto. E quanto ci vorrà a smaltire i filtri delle sigarette buttati nell'erba con nonchalance, quanto ci vorrà a smaltire i milioni di cazzate che dice Emilio Fede, quanto cazzo ci vorrà a smaltire i gingle delle pubblicità degli anni 80, e degli anni 90...e di tutti gli anni fino a oggi. E chissà cosa scriverebbe John se fosse vivo oggi, cosa canterebbe, dove farebbe la spesa. E che faccia avrebbero Jim Morrison e Kurt Cobain, e come si vestirebbero, chi avrebbero votato. Cerchiamo di fermare il tempo registrando le canzoni e imbiancando le pareti, tingendoci i capelli e rifacendo i marciapiedi, indossando le magliette del Che e dei Beatles, mettendo fiori freschi ai semafori e i conservanti nelle merendine. Ma il libeccio incurverà i tronchi dei pini, perderemo dei libri e delle fotografie, ci dimenticheremo dei compleanni e dei numeri di telefono, ci dimenticheremo anche i nomi di persone a cui abbiamo voluto bene. E il petrolio finirà, le coste verranno erose, le suole delle Converse si consumeranno molto prima.
Siamo questione di tempo, come i fiori.

( Però sarebbe bello che le foreste restassero foreste, che il mare restasse mare. )
M. Gualtieri

Le rose mi fanno paura, le prendi in mano e tutti i petali cadono in un colpo solo. Ti resta in mano questa specie di mozzicone di fiore, triste. Un secondo fa era qualcosa di quasi ancora profumato. Era. Per questo le rose non vanno prese in mano, vanno solo guardate, godute finché ci sono. Quando sono vive, ma già in agonia. Quando sono rose, ma già ricordi. Solo al presente si possono guardare le rose. Solo al presente si cammina, si canta, si fa. I fiori appassiscono, i panni stingono, i cd si rigano. Le batterie si scaricano, l'inchiostro delle penne si esaurisce, la benzina finisce. Finisce il caffè, la carta igienica, finiscono le sigarette. Siamo questione di tempo.
(Le rose mi fanno paura).
Le candele si consumano, le pagine dei libri ingialliscono, le facce invecchiano, i capelli diventano grigi (che belli, i capelli grigi). Il mare leviga i pezzi di vetro, le radici dei pini spaccano l'asfalto, l'erba cresce fra le mattonelle del pavimento dell'asilo, non lo so se è vero, ma io ho sempre voluto immaginare questa cosa. L'erba che da lì, dalle mattonelle dell'asilo, infesta tutto. Tutto che viene ricoperto d'erba e gli alberi crescono dentro alle case. Tutto cambia, potrebbe succedere anche questo, credo. Invece no, la gravità farà il suo dovere, ci renderà belli di rughe e seni cadenti, ma l'erba non ce la può fare. L'erba viene sempre tenuta sotto controllo, tagliata, fermata. Le siepi potate, i rami tagliati, i prati tosati, come le pecore. Giardinetti fioriti e discariche a cielo aperto. E quanto ci vorrà a smaltire i filtri delle sigarette buttati nell'erba con nonchalance, quanto ci vorrà a smaltire i milioni di cazzate che dice Emilio Fede, quanto cazzo ci vorrà a smaltire i gingle delle pubblicità degli anni 80, e degli anni 90...e di tutti gli anni fino a oggi. E chissà cosa scriverebbe John se fosse vivo oggi, cosa canterebbe, dove farebbe la spesa. E che faccia avrebbero Jim Morrison e Kurt Cobain, e come si vestirebbero, chi avrebbero votato. Cerchiamo di fermare il tempo registrando le canzoni e imbiancando le pareti, tingendoci i capelli e rifacendo i marciapiedi, indossando le magliette del Che e dei Beatles, mettendo fiori freschi ai semafori e i conservanti nelle merendine. Ma il libeccio incurverà i tronchi dei pini, perderemo dei libri e delle fotografie, ci dimenticheremo dei compleanni e dei numeri di telefono, ci dimenticheremo anche i nomi di persone a cui abbiamo voluto bene. E il petrolio finirà, le coste verranno erose, le suole delle Converse si consumeranno molto prima.
Siamo questione di tempo, come i fiori.

( Però sarebbe bello che le foreste restassero foreste, che il mare restasse mare. )
lunedì 7 giugno 2010
Neruda confessa che ha vissuto.
Non è una gara, no che non lo è, me lo sono pure tatuata sul braccio per ricordarmelo, eppure ho l'impressione di perdere sempre. Se Banksy mi vedesse mi vergognerei tantissimo, sdraiata sul letto con delle frasi scarsamente interessanti da tradurre e l'ansia da prestazione per un esame che non c'entra un cazzo con la vita. Intanto le navi vengono assalite e le intercettazioni telefoniche stanno per essere fortemente limitate, meno male, così non sentiranno le cose stupidissime che ti dico quando mi chiami, tipo che i prodotti Fiorfiore coop hanno un ottimo rapporto qualità-prezzo, che l'autobus non arriva mai in orario, che ti voglio bene, che mi sento persa, che Bertolaso è un pezzo di merda, che mi piacerebbe andare a mangiare al giapponese stasera, che ho fatto un cd che credo non ti piacerà, che non ci sono più le mezze stagioni. E poi ci diciamo che sarebbe bello vedere il mare dalla mia finestra anche se siamo a Firenze. Che dovremmo avere più fiducia in noi. Porto fuori il cane, stanno uccidendo la Democrazia e altre frasi di circostanza. Vorrei poterti anche dire che ho fatto qualcosa di molto bello per te, ma ho solo lavato dei bicchieri che avevi lasciato nell'acquaio e ti ho lasciato un bigliettino con scritto "ci vediamo stasera". E vorrei poterti dire che hai lasciato la valigetta dei colori, delle tinte, delle seppie e delle terre, dei tramonti e delle città, dei vrum, dei vrap!, dei ti amo e quando te ne vai, delle auto ruggenti e delle gomme per cancellare su da me, per sentirmi in un fumetto di Pazienza, ma ti sei portato via tutto. Ascolto Lucio Dalla mentre aspetto che passi il caffè, guardo nel vuoto e mi vengono in mente titoli di giornale che non riesco a collegare alla realtà, come se fossero parole senza senso, slogan, come se non ci fosse più differenza fra Israele alla deriva, Suicidi in fabbrica e Scegli anche tu il made in Italy. Mi si accavallano nella testa la faccia di Umberto Bossi e quella di Naomi Campbell, le kefiah bianche e rosse e le mutande di pelle nera con le borchie di Giorgio Armani, o forse di Cavalli, chi lo sa, il sorriso a trentasei denti bianchi sbiancati da non so quale dentifricio e la faccia gonfia di Maradona. Niente di tutto questo mi sembra reale. E non so perchè invece mi sembrano reali gli occhiali insanguinati di John Lennon e penso a lui che muore in ospedale e alla faccia di Yoko, ai capelli di Yoko, alle mani di Yoko. Chissà com'era vestita quel giorno, di che colore aveva le scarpe. Io non voglio che tu muoia. Ora ti telefono e ti chiedo se sei vivo e mi basterà una qualsiasi risposta per piangere un po' dalla felicità, deglutire, chiedermi se ho la coscienza apposto e rispondermi comunque di sì, sorridere con gli occhi tristi e tornare a tradurre frasi dalla dubbia utilità. Questo è fare del mio meglio, per ora e qui. Neruda confessa che ha vissuto. Io ci sto provando.
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